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11/02/2019
Luogotenenza per l'Italia Meridionale Adriatica: Pellegrinaggio in Terra Santa 2-9 Gennaio 2019

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Il gruppo dei partecipanti al Pellegrinaggio davanti al Santuario di Cana di Galilea
Luogotenenza per l'Italia Meridionale Adriatica: Pellegrinaggio in Terra Santa 2-9 Gennaio 2019


Nell’ambito delle attività organizzate dalla Luogotenenza per l’Italia Meridionale Adriatica dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, sicuramente l’evento principale è stato l’organizzazione del pellegrinaggio in Terra Santa, dal 2 al 9 gennaio 2019.

La tradizione del pellegrinaggio, che ha svariate motivazioni storiche e che risale al Medioevo, a poco a poco è diventata nei secoli occasione di un viaggio culturale, un’esigenza spirituale, un ritorno alle radici della nostra fede, una visita meditata della Terra Santa, che è il luogo privilegiato dell’attività redentrice di Cristo.

S.E. Gr. Uff. Prof. Ferdinando Parente ha voluto fortemente, al termine del primo anno di mandato quale Luogotenente dell’Ordine, invitare Cavalieri e Dame della Puglia a vivere l’esperienza nei luoghi della nostra Redenzione camminando sulle orme di Gesù, Maria, Giuseppe ed i discepoli al fine di approfondire la fede, ma anche di trascorrere del tempo con le pietre vive di Terra Santa e capirne il contesto in cui vivono.

Il gruppo – composto da 21 Cavalieri e Dame e da 25 loro familiari ed amici – ha avuto il privilegio di essere guidato da Mons. Carmine LADOGANA, cerimoniere ecclesiastico di Luogotenenza e da Don Patrizio DI PINTO, perfetti conoscitori della Terra Santa, della sua storia e del suo passato archeologico.

Il giorno della partenza ci siamo ritrovati, all’alba, negli aeroporti di Bari e Brindisi per imbarcarci sul volo per Tel Aviv via Roma.

Giunti all’aeroporto “Ben Gurion”, con un autobus ci siamo trasferiti nel Distretto Settentrionale di Israele, nella regione storica della Galilea, a Nazareth, dove avvenne l’Annunciazione a Maria da parte dell’Arcangelo Gabriele della prossima nascita di Gesù e dove Egli abitò durante la sua infanzia e giovinezza. Nel pomeriggio ci siamo recati a piedi dall’albergo alla vicina Cappella dove abbiamo celebrato la Santa Messa ed incontrato la comunità dei “Piccoli Fratelli di Jesus Caritas” che, rifacendosi all’esempio del beato Charles de Foucauld, “Eremita del Sahara”, si consacrano in modo particolare all’annuncio del Vangelo, scegliendo di farlo nel servizio alla chiesa locale.



La mattina del giorno 3 gennaio ci siamo diretti verso Cana di Galilea, dove Gesù compì il primo dei suoi miracoli. Vi cambiò l’acqua in vino, venendo incontro ad una richiesta di Maria sua madre. Tale evento manifestò, così, la sua gloria divina e suscitò la fede dei suoi discepoli. Qui abbiamo visitato il Santuario e l’attigua cappella dove le coppie sposate hanno rinnovato, con una funzione religiosa celebrata da Mons. Ladogana, le promesse matrimoniali.

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Il Santuario fu costruito nel 1881, anche se i francescani abitavano in questo luogo fin dalla metà del 1600. Questa chiesa conserva una targa nel pavimento musivo, scritta in lingua aramaica che recita “Benedetta sia la memoria di Giuseppe e dei suoi figli”.
Il pavimento era quello di una vecchia sinagoga, ma con gli scavi del 1969 furono riportati alla luce dei resti di una casa romana. Gli studiosi confermarono che questa era la Cana di Galilea riportata dal Vangelo di Giovanni. Nella parte inferiore, insieme ad altri reperti, fu rinvenuta una di quelle giare di cui ci parla il Vangelo.
Proseguendo il viaggio siamo arrivati sul Monte Tabor, dove in taxi abbiamo raggiunto la Basilica della Trasfigurazione. Gli scritti sacri narrano che Gesù, mentre andava dalla Galilea a Gerusalemme in Giudea, durante il viaggio prese i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, il Tabor, (588 metri s.l.m.) e lì si trasfigurò. Il Tempio fu sempre oggetto di venerazione, tanto è vero che i Bizantini nel IV-V sec. costruirono tre cappelle distrutte poi con l’arrivo degli Arabi. I crociati con Tancredi costruirono sul Tabor una grande Basilica con annesso un monastero benedettino, i cui resti sono visibili ancora adesso. Entrando, subito dopo la porta del vento, sulla destra, si vede una cappella chiamata dei Discendentibus, che ricorda la fine del Vangelo della Trasfigurazione. Gli Arabi costruirono questa chiesa nel 1919, su un disegno di un architetto italiano Antonio Barluzzi, che fu inaugurata nel 1924. La facciata è a due torri, sotto le quali sono poste altrettante piccole cappelle, dedicate ad Elia e Mosè, che ricordano appunto l’episodio della Trasfigurazione.

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Nel Primo libro dei Re si narra che il Profeta Elia sfidò i sacerdoti ed i Profeti di Baal ad offrire un sacrificio a Dio. “Preparate il sacrificio, il Dio che concederà il fuoco, quello sarà il vero Dio”. Essi presero il giovenco che spettava loro, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, perchè concedesse il fuoco, ma non vi fu alcuna risposta. Elia cominciò a beffarsi di loro con queste parole “Gridate più forte, perchè forse è occupato, gridate più forte, perchè forse è in viaggio”. Gridarono, quindi, a gran voce e si fecero incisioni, secondo il loro costume, ma non vi fu nè voce, nè risposta, nè un segno d’attenzione. Elia, allora, sul fare della sera, attorno al suo altare, fece versare tanta acqua sull’olocausto e sulla legna, da riempire un canaletto, invocò il nome del Signore, che concesse il fuoco.
Elia dimostrò, quindi, chi fosse il vero Dio.

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La seconda cappella, dedicata a Mosè (Esodo capp. 3 e 17), raffigura la liberazione del popolo ebraico e l’episodio dell’acqua che sgorga dalla roccia in pieno deserto.

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Fatto rientro in tarda mattinata a Nazareth, abbiamo iniziato la visita ad una fontana, non più in uso, che ricorda la sorgente originaria dove la Madonna, insieme ad altre donne, veniva ad attingere l’acqua. Proseguendo si può visitare la chiesa Ortodossa dell’Annunciazione, detta anche di S. Gabriele, edificata dagli Ortodossi intorno agli anni 1750, nella cui cripta c’è l’unica sorgente di Nazareth.

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Nascosta tra le tortuose vie del mercato, si scorge la sinagoga, un’opera di epoca medievale con pietre a vista e volta a botte, cui si accede, tramite una scala in pietra. Al suo interno abbiamo potuto ammirare un altare ed un grande quadro raffigurante Gesù predicatore. Il primo a descrivere questo luogo è l'Anonimo pellegrino di Piacenza (VI sec.), il quale affermò di aver visto anche i rotoli sacri originali sui quali Gesù avrebbe scritto l’alfabeto ed il banco presso il quale il figlio di Maria e Giuseppe era solito sedere.
I testimoni di età crociata (XII secolo), riferirono che la sinagoga fu trasformata in chiesa. L’edificio fu acquistato dai francescani nel 1741 e dopo qualche anno passò sotto la custodia dei greco-ortodossi che lo trasformarono in chiesa.
Nel 1882 fu costruita l’adiacente chiesa parrocchiale greco-ortodossa e l’ambiente sinagogale fu riservato solo alle visite.

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Ci siamo recati, poi, nell’area del Santuario che comprende la Basilica dell’Annunciazione costituita da una parte superiore ed una inferiore con la famosa grotta, la chiesa di S. Giuseppe, il convento francescano, il battistero, gli scavi archeologici.

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Abbiamo visitato, inizialmente, la chiesa di S. Giuseppe, detta anche della Nutrizione, perchè Gesù vi crebbe fino all’età adulta, imparando il mestiere del padre.
Essa fu acquistata dai francescani nel 1754 e fu edificata sopra le rovine dell’antica nel 1914 da fra Wendelin Hinterkeuser. In occasione dei lavori furono trovate grotte, cisterne, parti di abitazioni primitive ed una vasca mosaicata con gradini, che era, probabilmente, un antico bagno o fonte battesimale. La tradizione indica questo luogo come il villaggio di Giuseppe.

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In esso troviamo un battistero primitivo, caratterizzato da un rudimentale pavimento musivo, ed attigua la grande casa di Giuseppe; da ciò si capisce che era un imprenditore e non un semplice artigiano. I battisteri erano di forma ottagonale ad indicare il primo giorno dell’Ottava di Pasqua e presentavano una parte più bassa dove il battezzato scendeva ad indicare la propria morte, veniva immerso nell’acqua e poi saliva dall’altra parte ad indicare la Resurrezione. Ai primi tempi della chiesa, infatti, il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò “Domenica in cui si depongono le vesti bianche" (in albis depositis o deponendis).
Proseguendo abbiamo visitato gli scavi archeologici, caratterizzati da un complesso di grotte, situate sotto ed intorno alla Basilica dell’Annunciazione, anche vicine alla chiesa di San Giuseppe. Si trattava sicuramente di un antichissimo villaggio agricolo risalente all’età del Bronzo Medio (2000-1550 a.c.), in cui sono visibili silos per il grano, un forno per il pane, cisterne per acqua e olio, presse per uva ed olive e pietre di mulino. La ricerca archeologica fu condotta da Benedict Vlaminck nel 1892, da Prosper Viaudnel 1889 e 1907-1909 e dal francescano Camillo Bellarmino Bagatti dal 1955 in poi. Parte delle numerose grotte vennero adibite a uso domestico e ricovero per gli animali, ampliate a tale scopo con interventi in muratura. Una di queste era la casa di Giuseppe e Maria, in cui Gesù trascorse la sua infanzia. Nelle immediate vicinanze furono trovate anche delle tombe, che ricordano un preesistente cimitero, dove probabilmente vi era la tomba di Giuseppe.

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Siamo entrati, successivamente, nel Museo dove sono custoditi i reperti più importanti rinvenuti negli scavi archeologici della Basilica dell'Annunciazione e della chiesa di S. Giuseppe. L'esposizione si articola in vari settori: elementi architettonici, rilievi, ceramiche e graffiti, come l'importantissimo XE MAPIA, “Khaire Maria”, cioè Ave o Maria, la più antica iscrizione (è anteriore al 324) che rechi il nome della Vergine. Tra gli altri pezzi di pregio si possono ammirare cinque capitelli scolpiti per la Santa Grotta, mai utilizzati, ognuno dei quali è dedicato ad un personaggio: S. Tommaso, S. Pietro, Santa Madre della chiesa, S. Giacomo e S. Matteo. Notevole infine, il graffito di un uomo identificato probabilmente in S. Giovanni Battista, che tiene la croce potenziata di Gerusalemme.

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A poche decine di metri siamo entrati nella Basilica dell'Annunciazione. La chiesa è molto bella e di stile moderno in quanto edificata sulle rovine delle numerose chiese precedenti (chiesa bizantina – V sec., Basilica crociata – XII sec., chiesa francescana dal 1730 al 1954).
La Basilica attuale è stata edificata negli anni sessanta del Novecento su progetto dell'architetto italiano Giovanni Muzio. Egli concepì una chiesa su due livelli, in modo che in quella inferiore i fedeli potessero fermarsi in preghiera davanti alla grotta dell’Incarnazione del Verbo, mentre in una grande chiesa superiore si celebrasse la glorificazione di Maria nei secoli. Muzio pensò anche ad un grande oculo centrale aperto sopra la grotta, in modo che le due chiese potessero fondersi in un tutt’uno, incoronate da una cupola poligonale con la funzione di indicare da lontano come una stella il Santo luogo.

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Alla chiusura della Terza Sessione del Concilio Vaticano II, il 21 novembre 1964, Paolo VI, durante la solenne concelebrazione, proclamò Maria “Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei pastori, che la chiamano Madre amorosissima”. Sotto il nuovo titolo si prendono in considerazione i molteplici legami con i quali il popolo cristiano è congiunto alla Vergine Maria e si celebra anzitutto la funzione materna che, secondo il beneplacito di Dio, Maria santissima adempie nella Chiesa e per la Chiesa.
Maria madre della chiesa è un’immagine scaturita dal Concilio Ecumenico Vaticano II dove emerge la duplice essenza della Chiesa, la Chiesa gerarchica alla destra e la Chiesa carismatica a sinistra e Maria diventa l’immagine del nerbo pieno della chiesa.
La mattina del 4 gennaio ci siamo diretti in autobus verso il Lago di Tiberiade, detto anche mare di Galilea. La prima tappa è stata il Monte delle Beatitudini, dove nel 1937 fu eretta la chiesa dall'architetto Antonio Barluzzi e dalla quale si gode una vista meravigliosa del lago e delle zone frequentate da N.S. Gesù Cristo durante gli anni della sua attività in Galilea.
La chiesa è a pianta ottagonale, circondata interamente da un portico e sormontata da una cupola. All'interno della chiesa compaiono le otto beatitudini disegnate sui lati e sul pavimento altre raffigurazioni comprendono sia le tre virtù teologali che le quattro virtù cardinali.

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Al termine della S. Messa non poteva mancare una breve crociera sul lago, ricordando i tanti avvenimenti che si svolsero nei suoi pressi.
Il lago rappresentava il luogo di lavoro dei pescatori tra i quali Gesù scelse alcuni dei suoi apostoli: Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo e suo fratello Giovanni.
Nella descrizione della chiamata dei primi discepoli, l’evangelista Luca aggiunge anche il racconto della pesca miracolosa, secondo il quale Gesù, dopo aver visto Pietro e gli altri pescatori reduci da una lunga notte di lavoro che non aveva portato frutto, li invitò a prendere di nuovo il largo ed a gettare le reti per la pesca. Ciò fatto le reti si riempirono tanto di pesci che essi dovettero chiedere aiuto ad altri pescatori per riuscire a portare a riva tutto il pesce pescato. Una volta tornati a riva lasciarono tutto e lo seguirono.
Un altro episodio narrato nei Vangeli è quello di una traversata del lago quando, un'improvvisa tempesta mise in pericolo la fragile barca su cui erano Gesù e gli apostoli; poichè Gesù stava dormendo per la stanchezza essi, lo svegliarono ed Egli con poche parole calmò la furia del mare e del vento (Luca 8,22-25).
Sulle sponde del mare di Galilea, Gesù compì anche il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato con modalità diverse da tutti e quattro gli evangelisti. In questa occasione Gesù, dopo aver benedetto cinque pani d’orzo e due pesci ne fece scaturire dalle ceste una quantità sufficiente a sfamare l’intera folla che lo seguiva (Lc 9,12-17). Dopo il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù compì un altro prodigio davanti ai suoi discepoli. Racconta Matteo che mentre la barca si trovava al largo e Gesù si era ritirato sulla terraferma a pregare, verso la fine della notte i discepoli lo videro camminare verso di loro sulle acque e rimasero spaventati, perchè pensavano che fosse un fantasma (Mt 14,24-33). Sulle rive del lago di Tiberiade compì molti altri miracoli e segni prodigiosi. Gesù, dunque, trascorse buona parte della sua vita pubblica nelle vicinanze di questo luogo. Lungo questo lago si recò anche dopo la Resurrezione come racconta Giovanni nell’epilogo del suo Vangelo. Mentre Pietro, Tommaso, Natanaele, ed altri discepoli erano a pescare Gesù apparve loro, ma essi non lo riconobbero. Si verificò allora per la seconda volta il miracolo della pesca abbondante e quando Pietro trovò le reti piene Giovanni esclamò: “E’ il Signore!” Aveva capito, infatti, che l’uomo sulla riva era Gesù risorto e immediatamente Pietro si tuffò in acqua per andargli incontro. Una volta che tutti i discepoli furono giunti alla riva, mangiarono insieme con Lui pane e pesce arrostito.

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Nella tarda mattinata abbiamo raggiunto Magdala, una delle città più importanti della Galilea. In passato questa comunità, ricca di pescatori e commercianti, situata sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, rimase sottoterra e nell’oblio fino a pochi anni fa. Magdala ritornò, infatti, alla luce grazie agli scavi condotti dai padri V. Corbo e S. Loffreda tra il 1971 e il 1977. Essi scoprirono un villaggio abbastanza grande ed importante per la fede e per il commercio. All’interno del parco archeologico, circondato da pietra di basalto nera di origine vulcanica, le due cose più rilevanti sono la sinagoga e la famosa pietra. Nel 2009 a soli 30 cm. dalla superficie emerse la sinagoga di Magdala. E’ una delle 7 sinagoghe più antiche risalenti al I sec. ed è sicuramente il luogo frequentato da Gesù, ove egli insegnò alle moltitudini e curò gli infermi. La sinagoga è ben conservata e riccamente decorata con mosaici e pitture murali. Al centro della sinagoga fu scoperta la pietra di Magdala che richiama il Tempio, in particolare il Secondo Tempio di Gerusalemme. La pietra contiene una delle più antiche rappresentazioni di Menorah (candelabro a 7 bracci) scolpita su pietra. La rosa a dodici petali rinvenuta sulla pietra è, invece, il simbolo della città.

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Nei pressi del complesso archeologico abbiamo visitato l’Atrio delle donne, costituito da otto colonne, sette delle quali rappresentano le donne, che secondo i racconti evangelici seguirono Gesù. L’ottava colonna non ha un nome ed è un omaggio a tutte le donne di fede della storia. Dall’atrio si accede alla grande cappella della barca con vista sul mare di Galilea che ricorda l’episodio della predicazione di Gesù dalla barca. Attigue le altre quattro cappelle laterali dette dei mosaici. In ogni cappella troviamo un mosaico raffigurante un episodio evangelico: la cappella di Maria Maddalena, la cappella camminando sulle acque, la cappella della figlia di Giario e quella dei pescatori di uomini.

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Circumnavigando il lago siamo arrivati sulla riva nord-occidentale e precisamente a Tabgha, che deriva dal greco Heptapegon cioè sette sorgenti dove abbiamo ricordato il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nella chiesa, a ciò dedicata, sotto l’altare, vi è una pietra che ricorda proprio il luogo dove Gesù benedisse i pani ed i pesci prima di cibare la folla che era venuta per ascoltarlo; quella pietra è diventata subito oggetto di culto. Per custodirla fu edificata una prima chiesa bizantina distrutta con l’arrivo dei Persiani nel 614, con la venuta degli Arabi nel 670 e da un probabile terremoto che lasciò solo cumuli di macerie. Iniziati gli scavi agli inizi del 1900 per la costruzione della nuova chiesa, fu ritrovato quasi per intero il pregevole pavimento musivo. La chiesa che noi vediamo è quella costruita sullo stesso perimetro di quella antica.

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Di epoca bizantina è anche il fonte battesimale che si ammira entrando a sinistra.
Nelle vicinanze abbiamo visitato la chiesa del Primato di S. Pietro. Essa fu costruita sulle rocce lungo la riva del Mare di Galilea, tradizionalmente considerata il luogo in cui Gesù apparve la quarta volta dopo la sua Resurrezione e durante la quale fu conferito il primato a Simon Pietro.

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Ultima tappa nel pomeriggio è stata la cittadina di Cafarnao, (villaggio di Nahum) una città all’epoca molto importante, poichè vi era una guarnigione romana con il banco delle imposte. Molto probabilmente, attorno al V-VI sec., ci fu un terremoto che distrusse tutta la città, che non fu mai più ricostruita. Quando, agli inizi del 1900, i francescani ne entrarono in possesso cominciarono gli scavi in questa zona e ne portarono alla luce i resti, interrotti dalla I guerra mondiale, tra i quali una sinagoga descritta nel capitolo VI di Giovanni, che comprende una scuola teologica. E numerose le case composte di varie stanze costruite intorno ad un cortile centrale, coperte da un tetto di rami e fango.
In tutte queste case sopravvivono delle iscrizioni che testimoniano la venerazione di una comunità giudaico cristiana. Quando arrivarono i Bizantini dopo il 326, su una grande casa costruirono una chiesa; di cui sopravvivono il pavimento musivo e il battistero.
Con l’arrivo dei Persiani e con il terremoto tutto andò distrutto. I recenti scavi hanno portato alla luce, in particolare, la casa di Pietro, una casa molto grande. Quando Gesù cambiò residenza e si trasferì da Nazareth a Cafarnao, detta perciò città di Gesù, molto probabilmente, abitò nella casa di Pietro e là compì il miracolo della guarigione della suocera. Venti anni fa è stato costruito il memoriale di S. Pietro, una chiesa che mostra attraverso il pavimento in vetro la sua casa.

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