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11/08/2020
Omelia di Mons. Pierbattista Pizzaballa per la festa di Santa Chiara d'Assisi

11 agosto 2020

S. Chiara

Carissime sorelle clarisse,

Carissimi fratelli e sorelle,

il Signore vi dia pace!

La liturgia della parola di oggi ci introduce bene alla comprensione della celebrazione odierna e ci fa comprendere meglio la figura di S. Chiara di Assisi. Il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni ci accompagna in questa riflessione.

“Rimanere” è la parola chiave del Vangelo che abbiamo ascoltato. L’immagine che Gesù usa è quella della vite e dei tralci, ed è un’immagine potente: noi siamo innestati nella vita della Trinità come un tralcio è innestato alla vite. Come un’unica linfa, un’unica vita scorre tra la vite e il tralcio, così un’unica linfa, un’unica vita circola tra Dio e noi. “Rimanere”, dunque, in questo contesto significa vivere. Ma se invece noi non rimaniamo dentro questa circolazione vitale, se ci distacchiamo, allora l’esito non può essere che la morte.

Può essere che sembriamo vivi, come il tralcio che per un po’ continua a vivere anche senza la linfa, ma in realtà è morto, e presto si secca, e viene gettato, non serve più a nulla.

Allora è da subito evidente che “rimanere” è una parola chiave non solo del Vangelo di oggi, ma della vita e della vocazione di ciascuno di noi. La vocazione di ogni uomo è proprio quella di rimanere in Cristo, di vivere di Lui, che dà la vita, che ne è la sorgente: siamo innanzitutto accolti gratuitamente dentro la vita di Dio, dentro la casa del Padre, e la croce di Gesù ha reso di nuovo per noi possibile questo accesso, l’accesso a questa grazia.

Ma, poi, tocca a noi scegliere ogni volta di rimanere lì, dentro questa vita, di diventare persone che “rimangono”, che vivono di questo dono. Lì si gioca la nostra libertà.

Mi sembra che in questa chiave si possa leggere anche il cammino di S. Chiara e la sua vocazione. Chiara è innanzitutto una persona che ha scelto dove rimanere: tra le tante cose che le promettevano la vita, che le venivano offerte come luoghi in cui rimanere, Chiara ha ben saputo scegliere. E ha scelto non una strada consolidata e sicura, ma una via nuova. Ha lasciato il suo mondo di sicurezze, per abbracciare un nuovo modo di stare, di rimanere nel mondo. Ha scelto di restare su quella via che è solo il Vangelo, e nient’altro.

Si parla spesso della povertà francescana, a proposito e a sproposito, come il fondamento della vocazione francescana. È vero fino ad un certo punto. La povertà non è mai stata un fine a sè, ma un mezzo. Il centro dell’esperienza di Francesco, e poi di Chiara d’Assisi, è Cristo e nient’altro all’infuori di Cristo. La povertà è strumentale a questo “nient’altro se non Cristo”, è scegliere di rimanere in Lui e quindi di rinunciare a tutto ciò che non è Cristo, che non è comunione e condivisione di vita con Lui. Non se l’è inventata Chiara, questa via, ma lei stessa afferma che un altro, Francesco, gliel’ha mostrata. E lei ha saputo guardare. Chiara è stata una donna capace di guardare.

Ha guardato Francesco, ma ha visto oltre, ha visto ciò che Francesco vedeva, ovvero un Dio che si faceva via per noi, che con la sua umanità, donata nella povertà, apriva per la Chiesa una strada nuova. Ha saputo vedere l’invisibile, ha saputo vedere ciò che Francesco vedeva. Vedeva il Signore nello sguardo dei poveri e degli ultimi, lo vedeva nella vita di coloro per i quali la vita è povera e crocifissa, nei lebbrosi. E Chiara ha imparato questo sguardo.

S. Chiara ha visto una volta, ma poi ha continuato a vedere, sempre, per tutta la vita Questo è “rimanere”: rimanere in ciò che si vede, e scendere sempre più in profondità in questo sguardo del cuore. Quante volte Chiara parla di vedere, di porre lo sguardo nel Mistero di Cristo e di rimanere lì, con lo sguardo del cuore fisso in Lui. Mi sembra che questo sia il segreto della perseveranza, di cui Chiara parla spesso: tenere fisso lo sguardo su ciò che si ama, anche quando per un attimo scompare, perchè la vita non diventi uno sforzo, un volontarismo (al quale spesso siamo tentati di ridurre la fede cristiana), ma sia un rimanere nell’amore.

Il “rimanere” di cui stiamo parlando non deve essere uno sforzo, un semplice atto di volontà; ma questo non significa che sia naturale al cuore dell’uomo, al cuore malato dell’uomo, il cui sguardo si lascia attirare dall’apparenza, dalla vanità della vita. E qui si inserisce allora tutto il cammino penitenziale di Chiara e delle sue sorelle, della sua vita di conversione e di ascesi.

Una vita penitenziale, come quella di Francesco, fatta di passaggi pasquali, di accoglienza della debolezza e della realtà, di presa di coscienza del peccato, un lasciarsi guidare dal Signore, per arrivare semplicemente ad avere un cuore povero, un cuore capace di vedere Lui, Cristo, e di essere attente allo Spirito.

Allora è lì, mi sembra, che si può sperimentare quella segreta dolcezza di cui parla Chiara. C’è una dolcezza segreta, che va scoperta come il tesoro nel campo; Francesco l’ha vissuta una volta, baciando il lebbroso, e allora ciò che era amaro si è trasformato in dolcezza di animo e di corpo.

Chiara parla di questa stessa dolcezza, quando lo sguardo è posato sul Signore, è collocato in Lui, dove lo sguardo passa dall’essere uno sguardo su di sè per divenire uno sguardo sul Signore, fisso in Lui. Uno sguardo che rimane.

E un’ultima cosa mi sembra importante di questo “rimanere”: c’è un rimanere nella comunione con Dio che rende possibile un rimanere nella comunione con i fratelli; c’è uno sguardo fisso sul Signore che rende possibile lo sguardo sui fratelli e sulle sorelle. Se manca il primo, il secondo sarà difficoltoso, sarà parziale, sarà uno sguardo incapace di rimanere sull’altro. Diventerà invece un voltare lo sguardo altrove.

Chiediamoci, allora, su cosa posiamo oggi noi il nostro sguardo. A cosa o a chi guardiamo.

In questi tempi turbolenti e ricchi di tanta confusione sociale, politica e anche religiosa, impediti in gran parte delle nostre attività, siamo stati costretti dalle circostanze – ma forse anche invitati dalla Provvidenza – a fermarci e chiederci dove in questo tempo si posa il nostro sguardo, dove il nostro cuore riposa, in quale vita abbiamo deciso di rimanere, cosa da senso e colore al nostro vivere. Chiara, nel suo tempo non meno turbolento del nostro, ha saputo rispondere con chiarezza e determinazione, e ancora oggi ha al suo seguito sorelle che sul suo esempio ci indicano come stare in questo nostro mondo turbolento: “Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col. 3,2).

Chiediamo per l’intercessione di Chiara la grazia di rimanere dentro una vita di conversione, che tiene fisso lo sguardo sul dono che abbiamo ricevuto e su Colui che ce l’ha donato, Cristo.

Perchè anche a noi sia dato di gustare la segreta dolcezza dentro le cose della vita, anche dentro quelle più amare. Ogni luogo della nostra vita sia come quel campo che nasconde la segreta dolcezza che il Signore riserva a coloro che lo amano.

A Lode di Cristo e della Madre Santa Chiara. Amen.

+Pierbattista

Autore: lpj.org